La Rougerie: la sfida di un Bordeaux con 97anni di genetica da non perdere

La Rougerie è una azienda che abbiamo acquisito nel 2020 vicino a Bordeaux… avevamo voglia di creare un progetto familiare con i nostri figli legato al vino e all’agricoltura in generale

Ci troviamo a Camiac-et-Saint-Denis, a pochi chilometri da Bordeaux, zona Entre-Deux-Mers. Meno conosciuta al grande pubblico, ma con un potenziale affascinante e parlando delle vecchie vigne di La Rougerie, Xavier Allemandou, proprietario della cantina, usa un’immagine precisa: “Sono come i nostri nonni, hanno vissuto guerre e tutte le problematiche legate al cambiamento climatico.” Piante di quasi un secolo che hanno attraversato di tutto — e che qualcuno ha scelto di non abbandonare. 

“C’est comme nos grands-parents, ils ont vécu les guerres et les aléas du climat.”

Xavier Allemandou

È da qui che parte la storia di questo domaine acquistato in un momento storico in cui scegliere il vino significava anche accettare una scommessa. 

È anche per questo che, tra i tanti incontri possibili a Raw Wine, durante il Vinitaly, La Rougerie meritava attenzione. Non tanto per l’idea di un Bordeaux insolito in sé, quanto perché qui il vino non può essere letto separatamente dal lavoro che lo precede: il recupero di vecchie vigne, la salvaguardia di un patrimonio vegetale raro, la ricostruzione paziente di un equilibrio agricolo. 

Un progetto familiare nato da un luogo storico

Xavier Allemandou racconta La Rougerie come un progetto arrivato dopo venticinque anni trascorsi negli Stati Uniti. Ma il punto di partenza è stato anche il luogo: la proprietà, del XVII secolo, ha avuto un ruolo decisivo nell’innescare questa scelta. Non si trattava di una proprietà legata alla famiglia. 

È stata la moglie di Xavier, appassionata di ‘vecchie pietre’, come le definisce lui, a scoprire questo luogo che inizialmente non era nemmeno davvero sul mercato. Ma una volta acquisito, La Rougerie ha smesso di essere una semplice dimora storica per diventare lo spazio di una ricostruzione. 

Il domaine si estende su una trentina di ettari tra boschi, prati, alberi da frutto e vigneti, ma il cuore del progetto è cresciuto a piccoli passi, senza fretta e con una logica molto chiara: acquistare solo le parcelle davvero interessanti, soprattutto quelle capaci di custodire una memoria vegetale rara.

Vecchie vigne, genetica rara e selezione massale

Il primo nucleo vitato era di due ettari attorno alla proprietà. Poi La Rougerie ha ampliato progressivamente il vigneto fino ad arrivare a sei ettari, includendo parcelle di vecchie vigne bianche di straordinario interesse. Xavier parla di piante di 97 anni, con una genetica che secondo lui “non esiste più”: Sémillon, Muscadelle e Sauvignon Blanc. I rossi sono più giovani, ma anche in questo caso si tratta comunque di piante di Merlot con circa quarant’anni di età. 

È qui che La Rougerie si distingue davvero. Perché il valore del domaine non risiede solo nel fascino della proprietà o nella sua collocazione geografica, ma nel fatto di avere individuato e scelto di difendere un patrimonio viticolo già fragile al momento dell’acquisto. Xavier lo dice con chiarezza: le vigne erano in cattivo stato e gran parte del lavoro iniziale è servito a ristrutturare il vigneto e ad avviare un lavoro di sélection massale per conservare la genetica di queste vecchie piante. “Abbiamo provato a salvarle – ha spiegato Xavier e abbiamo investito tantissimo tempo a ristrutturare le vigne, a fare delle selezioni massali, per conservare la genetica di queste vecchie vigne“.

On essaie de le conserver… on a passé pas mal de temps à restructurer la propriété, à faire des sélections massales pour préserver la génétique de ces vieilles vignes.

Xavier Allemandou

Prima ancora di immaginare il profilo dei vini, c’era da capire come non perdere ciò che era arrivato fino a lì.

Bordeaux come non te l’aspetti, ma senza forzature

Uno degli aspetti più interessanti dell’incontro è proprio il modo in cui La Rougerie si colloca dentro Bordeaux senza appoggiarsi ai codici più prevedibili della zona. Mauro Catarinella, l’enologo italiano del domaine, insiste molto sul fatto che quella zona abbia un potenziale sottovalutato. È una parte più collinare, con suoli argilloso-calcarei, affioramenti di calcare e una matrice che, nel bicchiere, restituisce soprattutto freschezza e sapidità.

Trovo che sia una zona comunque nel Bordeaux a cui viene data poco valore… secondo me invece ha un potenziale enorme.”

L’osservazione è importante, perché non arriva da chi cerca di opporre un Bordeaux “alternativo” a un Bordeaux “tradizionale”, ma da chi sta cercando di capire come questo territorio possa essere espresso senza appesantirlo. 

Mauro parla di freschezza, salita, sapidità, salinità. Xavier, dal canto suo, definisce i terreni intorno a La Rougerie “abbastanza incredibili”, capaci di offrire un grande potenziale sia ai bianchi sia ai rossi. Questa è forse la chiave più interessante: non c’è volontà di rompere con Bordeaux, ma piuttosto di liberarlo da un automatismo stilistico.

Lavorare sulla pianta prima che sul vino

Anche sul piano agronomico la direzione è netta. Xavier racconta di avere impostato il domaine su un’idea di intervento minimo, ma non dogmatico. Fin dall’inizio la proprietà è stata convertita al biologico, pur con tutte le cautele del caso rispetto a un termine che oggi può voler dire molto o troppo poco. 

Quello che conta, nel loro racconto, è l’idea di una pianta forte, capace di resistere meglio, e di un suolo tornato vivo. A colpire è soprattutto il modo in cui viene spiegato il lavoro fatto in vigna. Xavier parla dell’uso di estratti fermentati di piante in prevenzione, recuperando pratiche già presenti nella zona, in particolare tra i coltivatori di rose, e adattandole alla vite. Il punto non è eliminare un prodotto per sostituirlo con un altro simbolicamente più giusto, ma accompagnare la pianta in una condizione di maggiore equilibrio e ridurre il più possibile il rame: Abbiamo lavorato tanto per presevare la pianta, perché è lei che dona il frutto e il frutto poi si trasforma in vino

“On a beaucoup travaillé sur la plante, parce que ça nous donne le fruit, et le fruit nous donne le vin.”

Xavier Allemandou

In questa frase c’è forse il nocciolo più preciso di tutto il progetto. Il vino non è l’inizio del discorso, ma la sua conseguenza. Non c’è ideologia, c’è gerarchia delle priorità.

Mauro Catarinella e una cantina fatta di precisione, gravità e misura

A dare forma a questa materia in cantina è Mauro Catarinella, nato in Basilicata, formatosi in enologia a Perugia prima di proseguire il percorso in Francia. Il suo arrivo a La Rougerie non è stato un incontro casuale: è Véronique Ducourneau, la responsabile di vigna del domaine, ad avere mantenuto nel tempo il contatto con lui, e a fare da ponte con Xavier attraverso un produttore amico comune. 

Un filo tenuto vivo negli anni che, al momento giusto, si è trasformato in una collaborazione. Mauro ha lavorato in contesti importanti, anche in biodinamica, ma il suo approccio a La Rougerie non è quello di chi vuole imprimere un marchio stilistico rigido. 

Piuttosto, si percepisce una grande attenzione al contenitore, ai tempi e alla gestione del vino con il minor stress possibile. Anche qui non c’è una postura radicale: usano pochissima solforosa, ma senza trasformare questa scelta in un manifesto: “Non vogliamo fare dei vini fuori dalle regole, sarebbe non rispettare la natura, ma il nostro unico obiettivo è di fare attenzione a ciò che c’è nella bottiglia”.

Ce que l’on veut ce n’est pas faire des vins déviants, ce n’est pas nature, mais c’est respecter ce qu’il y a dans la bouteille.”

Xavier Allemandou

È un passaggio molto utile anche per capire il posizionamento del domaine. La Rougerie lavora con anfore, damigiane, gravità, lieviti e affinamenti lunghi, ma non cerca il gesto estremo. Cerca precisione, pulizia, leggibilità.

I bianchi di La Rougerie: stessa base, strade diverse

La degustazione con Mauro ha mostrato molto bene come la cantina lavori non per omologare, ma per differenziare. Uno dei bianchi 2023 assaggiati nasce da un assemblaggio di 60% Sauvignon Blanc, 30% Sémillon e 10% Muscadel. La vinificazione avviene in anfora per circa quindici giorni, seguita da un anno di affinamento sempre in anfora e dagli ultimi sei mesi in barrique di secondo o terzo passaggio, usate solo per arrotondare il vino e dargli un po’ più di centro bocca.

Vogliamo lavorare proprio su questo, non contaminarlo troppo con legno e lavorare veramente sulla freschezza, sulla sapidità.

Questo punto ritorna spesso nelle parole di Mauro, ed è coerente con la matrice del luogo. Il legno non deve coprire. Il vino deve conservare tensione. Le vigne, del resto, non sono giovani e non chiedono di essere compensate con artifici. Ancora più interessante è il secondo bianco, sempre 2023, ottenuto dalla stessa base ma lavorato esclusivamente in damigiana per diciotto mesi. Qui cambia il contenitore, cambia la gestione della feccia, cambia persino il rapporto con lo spazio di cantina: Mauro racconta di lavorare in una cave sotterranea con una sola finestra, giocando anche con la luce per costruire un equilibrio tra ossidazione e riduzione.

È bello vedere le differenze di vinificazione… comunque è lavoro umano.

Il risultato, all’assaggio, è un vino più rotondo, più gastronomico, pur partendo dallo stesso succo. È una differenza che dice molto della filosofia di La Rougerie: non cercare un effetto, ma mostrare quanto il gesto di cantina possa cambiare la traiettoria di uno stesso vino senza snaturarlo.

Il macerato 2022 e il rifiuto di una categoria abusata

Tra i bianchi c’è anche un macerato, dell’annata 2022, costruito su Sauvignon Blanc, Sémillon, Muscadelle e Sauvignon Gris. Mauro spiega che nella 2023 il Sauvignon Gris ha avuto una cuvée separata, sempre in damigiana — ma al momento dell’incontro era ancora in cantina, in attesa. La vendemmia 2023 era stata segnata dalla peronospora e da un’estrazione rimasta un po’ sul verde: il vino aveva bisogno di più tempo.

Lo sto aspettando perché c’era molto alcol e l’estrazione è stata un po’ sul verde. Devo aspettarlo ancora un po’.”

Anche questo dettaglio dice molto. A La Rougerie non c’è fretta di far uscire una bottiglia solo perché esiste. C’è, al contrario, la disponibilità ad aspettare. Xavier, parlando dei bianchi macerati, aggiunge anche una considerazione interessante: non ama chiamarli “orange wine”, perché ritiene che la formula sia stata ormai svuotata e banalizzata. Preferisce parlare di vino, e basta. Di un vino magari macerato per una decina di giorni, ma sempre pensato in funzione di un equilibrio, non di una categoria alla moda.

Il Merlot semicarbonico: un rosso più fresco, più leggero, più attuale

Se i bianchi raccontano la parte più inattesa del domaine, il rosso chiarisce bene il modo in cui La Rougerie vuole stare a Bordeaux oggi. Mauro presenta un Merlot in purezza lavorato in semicarbonica, con una tecnica precisa: una parte diraspata viene messa in contenitore con il pied de cuve per far partire la fermentazione, poi vengono aggiunti due terzi di grappolo intero. In questo modo si crea una doppia espressione: sotto una parte più concentrata, sopra una parte più fresca e acida, legata alla componente carbonica. 

Dopo una settimana di macerazione le due masse vengono separate e poi riassemblate al momento giusto, passano in anfora per essere pulite meglio e affrontano poi un anno di affinamento in barrique da 500 litri, senza travasi salvo necessità, seguito da un anno di bottiglia.

Per dargli un tocco più contemporaneo… più fresco, più leggero. Senza scostarsi troppo dalla realtà a Bordeaux.”

È una frase che sintetizza bene tutto il senso del progetto. Non allontanarsi troppo da Bordeaux, ma nemmeno restarne prigionieri. Lasciarne intatta la storia, dando però al vino una dinamica più contemporanea, più aderente a una bevibilità oggi ricercata anche nei rossi.

Il tempo della commercializzazione

Anche sul piano commerciale La Rougerie si muove con una certa coerenza. Xavier spiega che il domaine ha iniziato solo da poco a commercializzare i vini, perché l’obiettivo non era uscire subito, ma arrivare sul mercato con una gamma già abbastanza articolata da raccontare diverse annate e diverse filosofie.

Alcuni rossi, ad esempio, hanno affrontato affinamenti molto lunghi, anche di 36 mesi in legni da 500 litri, prima di essere messi in bottiglia e lasciati assestare. Questa lentezza non è accessoria. È parte del progetto. Come se La Rougerie avesse scelto di darsi il diritto di non correre né in vigna né in cantina né sul mercato.

La Rougerie, prima di tutto, è cura

In fondo, è questo che resta dopo l’incontro con Xavier Allemandou e Mauro Catarinella. La Rougerie colpisce perché costruisce il vino a partire da una responsabilità. La responsabilità verso le vecchie vigne, verso una genetica rara, verso un equilibrio agricolo che andava ricostruito. 

Solo dopo arrivano l’anfora, la damigiana, il Merlot semicarbonico, il lavoro per gravità, le cuvée più libere o quelle più identitarie. Ed è probabilmente qui che questo Bordeaux diventa davvero interessante. Non perché sia “diverso” in modo dichiarativo, ma perché è il risultato di un progetto che ha scelto di dare valore a ciò che rischiava di andare perso.

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