Alois Lageder: viaggio nella biodinamica tra storia, vigneti e architettura del vino a Magrè

Arrivare a Magrè, nel cuore dell’Alto Adige, significa entrare in un territorio dove il vino non è solo prodotto, ma cultura stratificata. Qui la natura non viene semplicemente osservata: viene ascoltata, interpretata, a volte anticipata. Alois Lageder è una delle realtà che più incarnano questo approccio, e la visita fatta a ottobre 2025 è stata l’occasione per comprendere quanto storia, innovazione e sensibilità ambientale possano convivere senza forzature.

Una storia familiare che attraversa sei generazioni

La tenuta nasce ufficialmente nel 1823 con Johann Lageder, costruttore di carrozze e commerciante di vino. Ma è nel 1855 che la produzione assume una forma più strutturata, quando Alois Lageder, il primo a portare il suo nome, acquisisce i vigneti che ancora oggi rappresentano l’anima aziendale.

Oggi siamo alla sesta generazione, con Clemens Alois e Helena Lageder alla guida, e una settima già nata da poche settimane. È una storia che non si ripete, ma evolve: ogni passaggio familiare non ha protetto il passato come un reliquiario, ma l’ha usato come base per una nuova idea di agricoltura.

Tra tutte le figure della famiglia, Alois Lageder senior (quinta generazione) rimane centrale: carattere silenzioso, sguardo deciso, capacità visionaria. È lui a introdurre biodinamica, sperimentazione e un modo diverso di comunicare il vino, quando ancora sembravano eccentricità.

Alois Lageder vigneto

“Per noi Alois non è solo un nome: è una responsabilità.”

Alois Lageder: la biodinamica come linguaggio, non come etichetta

Parlare di biodinamica oggi significa affrontare uno dei temi più discussi del vino contemporaneo. Per qualcuno è avanguardia agricola, per altri una disciplina controversa. Qui è filosofia applicata.

La cantina lavora seguendo:

  • cicli lunari e ritmi vegetativi,
  • preparati dinamizzati (come il famoso corno-letame),
  • presenza animale nel vigneto,
  • fitoterapia per sostenere la vite nei momenti critici.

Non si usano erbicidi, fungicidi o insetticidi sistemici: solo rame, zolfo e decotti vegetali. Durante l’estate 2025, segnata da picchi termici persistenti, sono state utilizzate infusioni di achillea per aiutare le piante a riprendere l’attività metabolica notturna. Una scelta che non nasce da moda, ma da osservazione: prima si guarda, poi si interviene.

La biodinamica qui non è un dogma. È una forma di relazione: tra uomini, terra, clima, memoria.

Durante la conversazione emerge un dettaglio curioso: i buoi dell’azienda — fondamentali nel ciclo biodinamico — tardavano a scendere dalle montagne a inizio autunno. “Non avevano voglia,” dicono ridendo. “Faceva troppo caldo.”

Un aneddoto semplice, ma emblematico del cambiamento climatico percepito non in teoria, ma nella quotidianità agricola.

Alois Lageder Vigna

Il vigneto come organismo vivente

Camminando tra i filari si nota subito una cura non scenografica, ma funzionale. Le piante crescono senza forzature, i sovescio tra i filari alimentano il suolo, le radici scendono in profondità.

Il vento — elemento determinante in questa valle — protegge da malattie fungine e regola le escursioni termiche. È il vento del Garda, l’Ora, che arriva puntualissima nel primo pomeriggio, insieme all’aria fredda che scende dal canyon scavato milioni di anni fa dal torrente Favogna. È una protezione naturale che oggi, con il cambiamento climatico in corso, ha assunto un valore ancora più strategico.

Accanto ai vitigni tradizionali convivono varietà sperimentali resistenti alle alte temperature e a compressioni climatiche future: Viognier, Petit Manseng, Roussanne, Marsanne, Assyrtiko, fino al Tannat. Una parte di questi trova espressione nella linea Casòn, nata proprio per ragionare sul futuro del vino in un contesto agricolo diverso da quello di ieri.

Alois Lageder vigne

“Prima osserviamo, poi interveniamo. Mai il contrario. La biodinamica non è un dogma. È una relazione. Il suolo è un organismo. Non un supporto. Ogni filare è un dialogo continuo tra quello che volevamo e quello che la terra ci concede”.

Architettura del vino: tra gravità e roccia viva

La cantina è stata progettata quasi trent’anni fa, ben prima che sostenibilità ed efficienza energetica diventassero slogan obbligati. La struttura è disposta su tre livelli e sfrutta la gravità per preservare l’integrità degli acini: l’uva non cade, scivola.

Nel punto più profondo della cantina, la roccia viva mantiene una temperatura naturale stabile di circa 15°C. La tecnologia non sostituisce la natura, la affianca.
E qui entra in gioco uno di quei dettagli apparentemente minori che, in realtà, raccontano moltissimo della filosofia aziendale.

Durante la costruzione, negli anni ’90, alcune fermentazioni spontanee si comportavano in modo irregolare e nessuno riusciva a capirne il motivo. Dopo settimane di prove, osservazioni e scetticismo necessario, emerse l’ipotesi più improbabile: le onde elettromagnetiche dei cavi elettrici influenzavano l’attività dei lieviti indigeni.

“A un certo punto abbiamo capito che non eravamo noi a disturbare i lieviti: erano i cavi elettrici.

Da allora l’impianto è schermato: acciaio intorno ai passaggi elettrici per proteggere ciò che accade nelle vasche. Un intervento tecnico nato da una domanda semplice, quasi elementare: dove finisce il controllo umano e dove inizia la sensibilità del vino?

È uno di quei momenti in cui si comprenda che, qui, la costruzione non è stata solo ingegneria: è stata ascolto.

Il Teatro Verde: dove la biodinamica diventa spazio

Poco distante dai vigneti e dal Casòn Hirschprunn si trova un luogo inatteso: il Teatro Verde. Non è un monumento, né un gesto estetico. È un pentagono — richiamo alla foglia della vite e alla filosofia steineriana — immerso nel prato.

Si trova poco distante dai vigneti e dal giardino storico del Casòn Hirschprunn, immerso nel silenzio, quasi nascosto. A prima vista sembra un anfiteatro in mezzo al verde, ma osservandolo da vicino si percepisce che nulla è casuale.

Qui la forma è contenuto: un luogo pensato non per stupire, ma per far riflettere.

È uno spazio nato da un dialogo, non da un progetto solitario. Come mi raccontano durante la visita:

“Il Teatro Verde è nato dal confronto con Rainer Zirock, allora compagno di Elisabetta Foradori. È stato uno dei primi a suggerire che la biodinamica potesse diventare anche architettura, non solo pratica agricola.”

Il Teatro Verde oggi ospita matrimoni, degustazioni, momenti di formazione e — soprattutto — persone. È un luogo che non parla a voce alta, ma invita a fermarsi, osservare e respirare. Una sorta di soglia concettuale: tra tecnica e simbolo, tra agricoltura e cultura, tra la terra e ciò che da essa nasce.

Alois Lageder Teatro Verde

Alois Lageder: linee produttive, identità diverse, stessa filosofia

La produzione oggi si articola su quattro linee:

  • Classica: vini provenienti da conferitori selezionati in tutto l’Alto Adige.
  • Composizioni: un vitigno interpretato attraverso diverse vinificazioni o diversi siti.
  • Cru: l’espressione dei vigneti storici e delle parcelle più identitarie.
  • Comete: laboratorio enologico, sperimentazione pura.

Le Comete di Alois Lageder meritano una parentesi: microproduzioni (a volte poche migliaia di bottiglie), fermentazioni alternative, piwi, macerazioni lunghe, uova di legno costruite appositamente con punta rivolta verso il basso per favorire la circolazione naturale del liquido.

Una forma di ricerca radicale, che ha attirato non solo i wine geek, ma anche appassionati maturi, attirati dall’idea di poter assaggiare qualcosa di irripetibile.

“Ci piace fare vini che non hanno ancora una categoria. Le Comete sono domande, non risposte”.

Il tempo come ingrediente nei vini di Alois Lageder

La sensazione più chiara, una volta usciti dalla cantina, è che qui il vino non è mai trattato come un prodotto finito, ma come un organismo in continua evoluzione. Ogni annata è un dialogo con il clima, con la terra, con la pianta e — inevitabilmente — con chi la interpreta.

Il tempo non è una fase del processo: è parte della ricetta.

To be continued

Alois Lageder Barricaia Comete

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