Camminare con Theo Zierock tra i vigneti nella Piana Rotaliana è come aprire un libro che non smette di cambiare pagina. La sua parola è intrigante, tra un pensiero improvviso, una risata, un gesto ampio che indica le vigne, il fiume, la luce.
Ogni frase, anche quando taglia, nasce da una consapevolezza profonda: quella di chi è cresciuto dentro la terra, ma non si è mai accontentato di ereditarla, soprattutto quando alle spalle c’è un nome ‘di peso’ come quello Foradori.
“L’anomalia di questa zona,” dice, fermandosi a guardare il fiume Noce, “è che abbiamo sassi di montagna in pianura. E che il sole, invece di bruciare, ci difende. Qui il vento asciuga tutto. È un equilibrio fragile, ma perfetto.”
La Piana Rotaliana e la forza del Teroldego
Il paesaggio è geometrico, quasi ostinato: un triangolo naturale racchiuso tra il Monte di Mezzocorona, la Paganella e l’Adige. Settecento ettari in tutto, cinquecento dei quali coltivati a Teroldego — “l’oro del Tirolo”, come ricorda Theo, nell’introduzione ad un viaggio non solo enologico, ma contemplativo perché unisce dimensioni che appaiono lontane solo in apparenza.
Le vigne qui soffrono e per questo danno il meglio: quelle vicine al monte, costrette a spingersi tra ciottoli di dolomia, generano vini più densi, scuri, longevi; quelle sulla sabbia producono frutti più croccanti, più immediati. Una doppia anima che lui traduce in bottiglia: Sgarzon e Morei, vinificati in anfora, nascono da questa dialettica naturale. “Le piante devono faticare,” dice. “Ma non per punizione. Per necessità.”
Il suo linguaggio è diretto, mai accademico, ma dietro ogni frase si intuisce una conoscenza precisa, stratificata. Come il terreno che ha sotto i piedi.

Foradori: un nome, tante vite
Agricola Foradori non è solo una cantina, è un ecosistema familiare e culturale. Theo la guida insieme al fratello e alla sorella, in continuità con l’eredità visionaria di Elisabetta Foradori e di suo padre Rainer Zierock, che hanno reso il Teroldego un simbolo di identità e biodinamica.
Oggi l’azienda è un laboratorio in continua mutazione: vigne vecchie, varietà autoctone, fermentazioni in anfora, e un patrimonio genetico che cresce ogni anno grazie a un lavoro quasi archeologico.
“Da vent’anni riproduciamo viti da seme,” spiega. “Facciamo autoimpollinazioni sul Teroldego, ne muore l’ottanta per cento ogni anno, ma quello che resta è nuovo. Sono piante franche di piede, nate da questa terra. È la nostra ricerca, ma non la chiamiamo così, perché non serve un laboratorio per capire il senso delle cose.”
C’è qualcosa di radicale, e insieme profondamente sensibile, nel modo in cui parla di viticoltura. Non c’è mai autocelebrazione, ma la consapevolezza che il tempo – in vigna come nella vita – non appartiene a nessuno.
“Il mio compito non è salvare il mondo. È lasciare questo pezzo di terra in uno stato migliore per chi verrà dopo.”
Il vino come linguaggio, non come prodotto
Dentro la cantina, la luce è bassa e le anfore scrivono pagine di un racconto a venire.
“Le fermentazioni durano dai sette ai nove mesi. Inizialmente copriamo le anfore solo con un panno di lino. Finita la fermentazione chiudiamo ermeticamente i contenitori con un coperchio in acciaio, pesantissimo, fatto su misura. È un lavoro assurdo, ma è l’unico modo per evitare ogni contatto con l’ossigeno.”
Il suo approccio non è estetico, ma etico: ridurre al minimo l’intervento per lasciare spazio al senso. La Nosiola, il Manzoni, il Granato — sono vini che non cercano consenso, ma relazione, anno dopo anno, come un testamento del tempo e del territorio.

Theo Zierock, un personaggio fuori dal coro
Theo è allergico alle etichette, anche a quelle istituzionali. Le denominazioni, la burocrazia, i discorsi sul “climate change”: tutto viene analizzato con lucidità, ironia e una buona dose di provocazione.
“Preferisco parlare di inquinamento,” dice. “Perché se dici cambiamento climatico, sembra che non ci puoi fare nulla. Ma l’inquinamento sì, è una cosa concreta. E poi, francamente, il mio problema non è salvare il pianeta: è capire come fare un vino che abbia senso, qui, oggi.”
Nel suo modo di pensare convivono scienza, filosofia e sarcasmo. È uno di quei rari casi in cui un produttore non recita il ruolo del vignaiolo, ma lo vive, contraddizioni incluse.
“Non è una questione di ribellione,” aggiunge. “È solo che non riesco a fare finta di niente.”
Si parla anche di tecnologia, di AI, di futuro. Theo ascolta, riflette, poi taglia corto: “Io non voglio tagliare nessuno dei miei dipendenti. Ma se posso liberare una settimana di lavoro al computer per tornare in vigna, perché dovrei oppormi? L’intelligenza artificiale non mi spaventa. Quella umana, semmai...”
La Piana oltre il vigneto: storia e rotte del Teroldego
Se si vuole capire la filosofia di Foradori — e avvicinarsi alla sensibilità di Theo — bisogna capire il vissuto storico della Piana Rotaliana.
La storia del Teroldego è legata a rotte commerciali che vanno molto a nord. Il vino della Piana, compostamente, ha sempre guardato al Centro Europa; per secoli ha seguito mercanti, fiere, scambi che ne hanno fatto una presenza su tavole oltre confine. Non è un caso che l’enoteca più vivace nella quale Theo abbia visto proposte di Teroldego sia stata a Praga: la memoria di consumo ha radici diverse da quelle dei confini politici.
La stessa geografia — quel triangolo scavato dai ghiacciai — ha fatto della Piana un luogo raccolto, protetto dalle esondazioni che un tempo segnavano la valle d’Adige. È un luogo che ha saputo combinare fertilità agricola e capacità di resistere agli agenti avversi. Qui la viticoltura si intreccia a pratiche contadine: la pergola ampia, la rotazione con ortaggi, le stalle vicine erano la normalità, una forma di economia mista che ha modellato il paesaggio umano quasi quanto quello fisico.
Le trasformazioni degli anni Sessanta — l’industrializzazione, le politiche agricole, la nascita di grandi cooperative — hanno poi cambiato molte cose: rese, cloni, omologazione. Theo racconta questo passaggio con compatimento e rabbia: da una parte la comodità del salario, dall’altra la perdita di competenza e di cura. È lì che interviene la scelta di riprodurre varietà da seme, un atto che è anche risposta alla semplificazione genetica imposta dal mercato.
Ecco perché la battaglia di Foradori non è solo agronomica: è culturale. È una difesa del paesaggio, della biodiversità e di un’idea di vino che abbia radici profonde. Le anfore, i coperchi, le scelte di legno, tutto diventa una lingua che racconta una storia più ampia: quella di un territorio che ha saputo essere ponte tra culture, climi e mercati.
Foradori e la responsabilità del coltivare
Quando ci si allontana dalle vigne, la Piana resta nella memoria come un disegno inciso in profondità.
Nel suo silenzio, la lezione è chiara: fare vino è prima di tutto fare memoria. È curare un pezzo di mondo, misurarsi con la storia del luogo, con le sue stranezze geologiche e con il transito delle genti. È anche sopportare i tempi lunghi, le delusioni delle annate, la fatica di difendere una lingua contadina in un mercato che ama le etichette snelle.
Esci dalla Piana con la sensazione di aver incontrato una figura intera: non solo un produttore, ma una sintesi di mestiere, polemica, tenerezza e ostinazione. Theo ti lascia con una frase che resta: «La terra ti parla, bisogna starla a sentire. Il resto sono chiacchiere.» E, mentre il sole cala sulla Piana Rotaliana, quella frase suona più come un comandamento che come una provocazione.
