“Non puoi giudicare uno stile senza averlo sperimentato.”
Un dubbio, se lecito, e se si è pronti ad accoglierlo, può portare ad un cambio di direzione inaspettato e coinvolgente. Ed è uno di quei principi di vita a cui difficilmente si dovrebbe abdicare. Non per falsa umiltà, ma per sete di conoscenza.
Ed è quello che è accaduto nel 1984 ad Alois Lageder, in uno scambio con Robert Mondavi, tra i più importanti viticoltori statunitensi, rispetto alla possibilità di lavorare lo Chardonnay in barrique. Un approccio, quello del dubbio e della prova, che in fondo è sempre stata la chiave di volta del lavoro della cantina altoatesina e che ha trovato sempre conferma poi nel calice.
In questa degustazione trasversale la possibilità di percepirla in maniera effettiva non solo come teoria, ma soprattutto come pratica. A guidarmi attraverso la storia e le sfumature Sara, la sommelier dell’azienda — una di quelle persone capaci di trasformare una degustazione in una conversazione.
Lo Chardonnay Löwengang: undici mesi e una telefonata
Sara racconta questa storia con la naturalezza di chi la conosce bene ma non l’ha consumata, anzi la vive ogni giorno. All’inizio Lageder non credeva che lo Chardonnay avesse bisogno del legno — niente tannini, nessuna ragione strutturale, perché forzare? Mondavi si permise d’insistere: prova, poi giudica.
Lageder prova. In prima battuta il vino esce pesante, marcato dal rovere, quasi irriconoscibile. Lo chiama per dirgli che non funziona.
Mondavi risponde: il vino ha bisogno di pazienza.
Pazienza e visione, diremmo per completare il quadro, quindi si ricomincia da capo. Fermentazione diretta in botte — non acciaio con affinamento successivo, ma legno dall’inizio, micro-ossidazione dal primo giorno. Undici mesi totali. Oggi il legno nuovo è intorno al 10-15%, a seconda dell’annata, ma nelle prime versioni degli anni Ottanta era molto più presente. L’equilibrio è venuto col tempo. Come spesso succede.
Nel bicchiere trovo qualcosa di dorato e brillante, con una viscosità che si nota subito e che — mi spiega Sara — non viene dall’alcol, relativamente contenuto, ma dall’estratto secco elevato. Al naso è già maturo: frutta gialla, qualcosa di esotico, erbe alpine, agrumi, spezie. E poi continua a muoversi. Ogni volta che lo lascio riposare emerge qualcosa di nuovo, come se non avesse ancora deciso del tutto cosa dire. In bocca la salivazione è immediata. Finale lungo, non stanca.
La vaniglia c’è, ma è elegante. Non prende. Quello che rimane è il territorio — calcare, erbe di montagna — e l’impressione di un vino che ha trovato il suo equilibrio non nonostante il tempo, ma grazie ad esso.
La Schiava Romigberg e l’intervento salvifico delle mucche (che nessuno si aspettava)
Il Romigberg è il primo vigneto biodinamico dell’azienda — come già accennato durante la visita in cantina. Il più antico e quello che ha rischiato di scomparire per una valutazione sbagliata in origine.
La Schiava non convinceva. La qualità non bastava, i costi sì. Si aspettava solo il momento giusto per espianto e riconversione. Poi un casaro della Val Venosta porta le sue mucche a pascolare tra i filari, e da quel momento qualcosa cambia — nel suolo, nel vino, nella direzione di tutta l’azienda. Come e perché, nessuno lo sa dire con certezza scientifica.
Sara lo racconta con una precisione quasi scrupolosa: si ipotizza che il passaggio degli animali abbia influito sul suolo, anche attraverso il lavoro meccanico degli zoccoli. Lageder arriva persino a parlare di “astralità” legata a corna e zoccoli, riconoscendo il confine tra suggestione e certezza scientifica, ma sottolineando come queste esperienze abbiano rafforzato la convinzione nel valore del metodo biodinamico.
Ma il vino è lì nel bicchiere, ed è difficile non dargli ragione.
È pallido — la buccia della Schiava è sottile, quasi trasparente — ma non è fragile. C’è una nota che Sara definisce “wild”: non selvaggina, non carne, qualcosa di più vegetale e spontaneo. Ribes selvatico più che ciliegia coltivata. Macchia. La ritrovo sia al naso sia al palato, e porta una complessità inaspettata per un vino così esile nel colore. Servito fresco, tra i 14 e i 16 gradi, regge abbinamenti che a prima vista sembrano azzardati — pesce grasso, una pizzaiola con olive e capperi — non perché sia versatile nel senso commerciale, ma perché ha una sua direzione precisa, di cui ci si può fidare.

Lagrein: stesso vitigno, due suoli, un esperimento mentale
Il Lagrein è figlio dell’incrocio tra Schiava e Teroldego — buccia spessa, colore denso, porpora profondo quasi impenetrabile. Sara lo porta in due direzioni opposte, e il confronto è una di quelle cose che ti fa capire quanto il suolo non sia solo un dettaglio tecnico.
Conus viene da Bolzano, vicino a Castel Mareccio, lungo il Talvera. Suolo calcareo — insolito per il Lagrein, che di norma cresce su argilla e sabbia profonda. C’è anche la Zahntal, una valle laterale da cui arriva aria molto fredda. Il vino che ne esce è verticale, minerale, con una nota di grafite netta e persistente che non mi aspettavo. Non è rotondo. È dritto. Quasi austero, nel senso migliore.
Lindenburg è un altro mondo. Suolo argilloso-sabbioso, calore rapido, dodici mesi in botti grandi più una parte in acciaio e cemento vetrificato. Qui il Lagrein è più morbido, più fruttato, con more e ciliegia in primo piano e richiami balsamici. Ha una succosità immediata che invita al secondo sorso.
Entrambi si attestano intorno al 12% di alcol. Una cifra che, guardando il colore e sentendo la struttura, sembra impossibile. Sara chiarisce:
“Se si facesse evaporare completamente il vino, ciò che rimarrebbe come polvere sarebbe l’estratto secco. Quella è la sostanza del vino.“
È una di quelle lezioni che sembrano tecniche ma che poi cambiano il modo in cui bevi tutto il resto.
LIL´KRA XXIII, Mimouette, Crafus: tre Pinot Nero e una rivelazione
Tre bicchieri, stesso vitigno, stesso produttore. Già dal colore si capisce che sarà una batteria impegnativa ed energica: il primo più scuro con riflessi purpurei vivi, il secondo con ancora tracce di porpora ma più trattenuto, il terzo che vira verso il granato con lievi sfumature marroncine sul bordo. Tre età diverse, tre linguaggi diversi.
Il LIL´KRA XXIII è esuberante, giovane, immediato. Lampone in primo piano, frutta rossa vivace, un naso che non si fa pregare. In bocca è fruttato e diretto — Sara lo definisce “rock’n’roll per il palato” e la definizione è così precisa che non serve aggiungere altro. È un vino che sa esattamente cosa vuole essere e non si scusa per questo.
Mimouette cambia registro completamente. Meno frutta, più spezie, note verdi marcate — alloro, origano, oli essenziali. Sara spiega che una parte dell’uva è stata vinificata con il raspo, che porta tannini ma anche protezione naturale e una filtrazione più spontanea. In bocca è elegante, leggero, con una bevibilità che non è semplicità ma tecnica precisa resa invisibile. Piace subito e senza fatica. Difficile non volerne ancora.
Poi arriva il Crafus.
Viene da Mazzon, cru singolo a Monte a Piano, circa 430 metri. Sara racconta che quando il 2021 è uscito in commercio lo scorso aprile, molti degustatori erano rimasti perplessi — il vino sembrava chiuso, difficile, quasi ermetico. Con i mesi si è trasformato: più fine, più complesso, con una grazia che non si annuncia ma si scopre.
Al naso trovo la lavanda, il timo, il lampone, e poi una ciliegia chiara e croccante — distinta, netta, completamente diversa dalla marasca più scura degli altri due. In bocca avvolge e sorprende per vitalità. Non è un vino da bere in fretta. È un vino da assaporare a piccoli sorsi, aspettando che si apra.
Sara lo definisce “molto femminile” per la sua delicatezza e precisione. Il 2022 era più immediato, più facile da leggere. Il 2021 è pensato per chi non ha bisogno di un impatto evidente per capire che nel bicchiere c’è qualcosa di importante.
Tanta roba, per dirla senza tecnicismi.
Alois Lageder, chiudere il cerchio (per ora)
Sono partita da un pomeriggio a Perugia, da Michael Pichler che parlava di vino con un amore tutto tranne che commerciale, da una citazione sulla curiosità che sembrava costruita ad arte e invece era vera. Ho ritrovato quelle corde nei calici, poi sono andata a Magrè a cercare la fonte.Il cerchio si chiude, ma solo in apparenza. Perché oltre ai vitigni classici c’è ancora un mondo da esplorare — quello dei piwi, le varietà resistenti su cui Alois Lageder sta costruendo una parte del futuro della cantina, e che portano con sé domande nuove su territorio, adattamento e identità.
