Giovanni Aiello a Vinitaly 2026: da Chakra a I Giochi, quando il vino esce dalle definizioni

A Vinitaly 2026, Giovanni Aiello ha presentato i Giochi, la linea nata come una sorta di retrospettiva per i suoi dieci anni di attività: non una rottura con Chakra, ma un’apertura trasversale. 

Stessa grammatica enoica costruita negli anni, tra la pietra e i terreni carsici di Castellana Grotte e Alberobello, ma con una direzione diversa, perché il vino, come la vite, non resta mai fermo dentro una definizione, e pretendere il contrario sarebbe già una forma di perdita.

Perché i Giochi non sono semplicemente etichette sperimentali. Sono il tentativo di lasciare al vino una quota di libertà, di assecondarne la capacità di adattamento, e anche quella parte di imprevedibilità che la vite conosce bene da sempre. Portare questo principio dentro una linea di produzione significa accettare che non tutto debba essere già deciso in partenza.

I Giochi: la nascita

Il confronto ha origine da un rosato che sfida le etichette imposte, qui evocato come esempio di un vino capace di mettere in discussione il tempo, le categorie e le convinzioni acquisite.

Eravamo a Copenaghen” — ha esordito Giovanni — “da uno dei nostri clienti più importanti, diventato quell’anno il miglior ristorante al mondo. Stavamo assaggiando un rosato, un Viña Tondonia 2010 della cantina López de Heredia, uscito dopo un lunghissimo affinamento. E lì mi dissero: tu in Puglia dovresti fare una ‘follia’ del genere.

Aiello non ha risposto da provocatore, ma da produttore che il tempo lo prende sul serio.

Ed è probabilmente qui che i Giochi hanno iniziato a svelare le proprie sfumature, perché nascono dalla necessità di trovare uno spazio in cui sperimentare. Dalla voglia di tornare a vedere il mondo con gli occhi e l’esperienza di un bambino che sbaglia e impara.

Da una parte resta Chakra, con il suo filo riconoscibile e un’essenzialità profonda. Dall’altra si apre un varco: bottiglie estemporanee, non pensate per essere replicate uguali a sé stesse, ma per diventare fotografie di un istante che domani potrebbe essere già altro. Per questo I Giochi non sono una fuga da Chakra. Sono il suo prolungamento in una zona più mobile, più esposta, più viva.

La Verdeca: il gioco, l’essenza e le spigolosità domate

Molto del senso di questo passaggio è emerso tornando al 2021, al mio primo incontro con la Verdeca di Giovanni a Only Wine, a Città di Castello. Provenendo da un’esperienza tutt’altro che memorabile con lo stesso vitigno, la sua etichetta per contrasto si era trasformata in una rivelazione.

A Vinitaly 2026, quella memoria è riemersa dentro una nuova conversazione sul tempo, grazie ad una versione di questo vitigno che fermenta e affina per tre anni in legno, poi altri passarne altri due in bottiglia prima di entrare in commercio, dando nuove sfumature al vitigno. Per Aiello, giocare con il vino significa anche questo: estremizzare alcune domande, vedere quanto può durare una Verdeca, quanto può restare viva una traiettoria, quanto una connessione nata anni prima possa riaccendersi nello stesso gesto dell’assaggio.

Il vino quindi smette di essere solo un prodotto da presentare e diventa un luogo di verifica. Un punto in cui tecnica, intuizione e memoria si incontrano senza chiedere il permesso alle categorie.

Chakra Essenza e il peso vivo di una pianta di 110 anni

A un certo punto del dialogo, dopo lo spiazzamento de I Giochi, il percorso torna tramite la Verdeca su un punto più riconoscibile, anche come confronto. E non è un passaggio secondario. Perché il vino su cui si riappoggia l’assaggio è Chakra Essenza, una delle espressioni più identitarie del lavoro di Aiello.

Qui il naso cambia passo. Arriva una sensazione di maggiore opulenza, ma non nel senso di una ricchezza fine a sé stessa. È un’opulenza che sembra già raccontare il peso vivo di una pianta di 110 anni, il suo spessore, la sua continuità, il modo in cui il tempo si deposita nella materia senza necessariamente appesantirla. In questo senso è quasi una conseguenza agricola.

Ed è proprio in questo ritorno che si capisce meglio anche il senso de I Giochi. Perché senza Chakra, i Giochi perderebbero parte della loro forza. Hanno bisogno di una radice da cui allontanarsi, di una lingua già costruita da poter piegare, aprire, mettere in tensione senza distruggerla.

Una Verdeca storica, una quota di macerazione, il tempo come struttura

Quando Aiello torna a parlare di Chakra Essenza, il racconto si fa ancora più concreto. Il vino, spiega, nasce da un assemblaggio in cui una parte fa macerazione e una parte no. Ma la quota macerata è contenuta, attorno al 20%. È un dettaglio importante, perché chiarisce la misura del gesto. Non c’è la volontà di portare il vino altrove per forzarlo dentro una categoria diversa o più facilmente leggibile. C’è piuttosto il desiderio di introdurre una variazione interna, mantenendo però integro il suo asse.

Anche qui torna uno dei nuclei più forti dell’incontro: non definire troppo in fretta. Lasciare che la complessità non coincida per forza con una deviazione evidente, ma con una profondità che si costruisce nel tempo.

Giovanni Aiello: quando nel dialogo entra il dubbio, e il vino si apre

Uno dei passaggi più interessanti arriva quando nel dialogo entra una terza persona, un addetto ai lavori che si aggiunge alla conversazione. Non è un’interruzione. In questo contesto, è quasi un’estensione naturale del discorso. Davanti a uno dei vini della linea I Giochi, questa voce prova a interpretare ciò che ha nel bicchiere con gli strumenti che conosce: prima pensa a un assemblaggio, poi a un macerato.

Il punto, però, non è correggere un errore. Il punto è che quel vino costringe chi assaggia a cercare altrove. E in questo senso, la scena racconta meglio di molte spiegazioni ciò che I Giochi provano a fare. Si parte dalle certezze costruite con Chakra, ma poi si entra in un territorio in cui quelle stesse certezze non bastano più.

Quando emerge che si tratta di Primitivo — nella versione rosato, fermentato e maturato in legno — l’effetto è proprio quello di uno scarto. Non la sorpresa costruita per stupire, ma la sorpresa che nasce quando un vino smette di confermare ciò che ci aspettavamo da lui. È qui che la linea nuova trova il suo senso più chiaro: non nel manifesto, ma nell’assaggio.

I Primitivi rossi: il filo classico e la libertà di andare oltre

Dopo lo spiazzamento de I Giochi, Giovanni torna infatti su una “forma più classica”, quasi a ristabilire un centro.

È lì che i Primitivi rossi — il base e la Riserva — possono essere letti come il luogo in cui il vitigno torna a misurarsi con una continuità più riconoscibile. Non in opposizione ai Giochi, ma come loro contrappunto naturale. Da una parte un’espressione più immediatamente leggibile del vitigno, dall’altra una progressione che il tempo rende più ampia, più stratificata, più consapevole di sé. 

Dopo lo scarto, il ritorno alla forma classica non appare come un ripiegamento, ma come una conferma: il gioco, da solo, non basta. Ha bisogno di una radice, di una misura, di una lingua che continui a reggere anche quando la si mette in tensione.

La vite come maestra di adattamento

Forse è proprio qui che I Giochi smettono di essere solo un progetto enologico e diventno qualcosa di più interessante. Perché il loro movimento non appare arbitrario. Non nasce dal desiderio di rompere le regole per farsi notare. Nasce, semmai, da un’osservazione più profonda della vite stessa.

Come abbiamo detto in apertura, la vite non replica mai perfettamente sé stessa. Si adatta, reagisce, assorbe il contesto, cambia postura a seconda dell’annata, del suolo, del clima, della mano che la accompagna. Ha una sua disciplina, ma anche una sua imprevedibilità.

Se Chakra racconta il paesaggio come essenza, I Giochi sembrano raccontarlo come possibilità. Non una possibilità astratta, ma una possibilità concreta, agricola, viva: quella di non fermarsi alla prima lettura, di non ridurre un vitigno a una sola immagine possibile, di non trattare l’identità come qualcosa di immobile.

Per questo anche la forma scelta per presentarli ha un senso preciso: cassette numerate da collezione, pensate più come un’edizione limitata nel tempo che come una gamma da distribuire in modo ordinario. In un mondo che chiede continuità, riconoscibilità, rassicurazione, questa è forse la scelta più radicale: lasciare spazio a ciò che non può essere garantito nello stesso modo ogni volta.

Giovanni_Aiello_Chakra-rosso

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