Nelle colline che si alzano appena sopra Busca e Costigliole Saluzzo, tra i 500 e i 600 metri di altitudine, nascono i Fratelli Rosso, una cantina giovane che affonda le radici nella memoria familiare e nella tenacia delle vigne di montagna. Li ho incontrati a Drink with Love, a Verona, lo scorso aprile e tra storie e vitigni dimenticati hanno subito attirato la mia attenzione.
Tutto comincia nel 2020, quando due cugini — discendenti dei “Fratelli Rosso” originali, produttori del secondo dopoguerra — decidono di riprendere in mano quel nome. Non un’operazione nostalgica, ma un modo per ricomporre un legame rimasto sospeso.
“Abbiamo iniziato con una piccola vigna in affitto – racconta Gabriele – 4500 metri appena, giusto per capire da dove partire,” racconta. “Poi, un anno dopo, è arrivato il terreno di Costigliole: poco più di un ettaro, ma con vigne che superano i settant’anni.”
Oggi l’azienda ha poco meno di due ettari — 1,1 produttivi e 7.500 metri di nuovo impianto che entreranno in produzione nel 2026 — e una cantina recuperata là dove sorgeva quella dei nonni, segno di un ritorno alle origini che non è solo geografico, ma culturale.
Una viticoltura di montagna
Il paesaggio intorno è un altipiano alto: la pianura stessa sta a 450 metri, e le vigne si arrampicano su suoli alpini poveri, fatti di sabbie, scisti e rocce, con poca argilla e quasi niente calcare.
“Non sembra montagna, ma lo è,” spiega. “Siamo in una zona dove la freschezza è la cifra dei vini: poca struttura, ma tanta energia.”
I vini di Fratelli Rosso raccontano proprio questo equilibrio: tensione, mineralità, beva, piuttosto che potenza. Non a caso, la filosofia produttiva si fonda su un approccio agricolo pulito e rispettoso.
Dal 2023 l’azienda è in conversione biologica, ma già dal 2021 lavora senza diserbi né sistemici, affidandosi solo a rame, zolfo e concimazioni organiche.
“Tagliamo l’erba due volte l’anno, tre se piove troppo,” continua Gabriele. “Mi piace vederla alta, viva. La vigna deve respirare, ma anche sentirsi parte di qualcosa di più grande.”

Le varietà dimenticate
La produzione è essenziale ma coerente: quattro vini per raccontare un territorio.
Il Sottosopra, a base di Quagliano, è forse quello più identitario. Fino al 2023 includeva una piccola percentuale di Dolcetto e uve bianche; dal 2024 sarà Quagliano in purezza. Un vino di confine, nel senso più letterale: difficile da coltivare, con bucce sottili e grappoli che temono la pioggia. “Fare un Quagliano secco significa accettare di buttare via anche il 20% dell’uva,” racconta. “Ma se non lo fai, non raccogli niente di buono. È un equilibrio fragile, ma necessario.”
Accanto a lui c’è Il Solito, blend di Barbera e Neretta Cuneese, un binomio classico delle vecchie vigne promiscue della zona; L’Inquieto, 100% Chatus, l’unico affinato interamente in legno; e L’Effimero, novità del 2024, un cofermentato di uve rosse e bianche con una piccola quota di Moscato.
Sono vini che parlano sottovoce, ma con accenti chiari: acidità calibrata, profili salati, una rusticità elegante. Non cercano effetto, ma aderenza al territorio e all’identità della cantina.
Fedeltà e identità
Coltivare queste varietà “dimenticate” significa, per Fratelli Rosso, mantenere un patto con il territorio.
“Non ha senso inseguire il Nebbiolo,” spiega ancora Paolo. “Da noi ci sono sempre stati Quagliano, Neretta, Barbera. È con questi che dobbiamo parlare al mondo.”
Una fedeltà che non è chiusura, ma consapevolezza: le Colline Saluzzesi sono un microcosmo di biodiversità, un mosaico di boschi e filari, dove la vite dialoga con un ambiente ancora integro. E così, passo dopo passo, bottiglia dopo bottiglia, la nuova generazione dei Fratelli Rosso ricuce un filo tra passato e futuro.
Non per imitare i nonni, ma per proseguire una storia con un linguaggio nuovo, fatto di leggerezza, coerenza e rispetto.
Perché, in fondo, fare vino qui non è solo una scelta agricola. È un atto di fedeltà verso la terra e verso la memoria.
